le stelle cadenti sono stelle ubriache

parole, poesie, cose a caso

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Come ciechi nel mucchio Testo: Andrea Lasdo, Voce: VeraLibertà Nucleo Negazioni

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Written by kaya77

19 settembre 2013 at 21:33

il mio veleno assurdo

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scostando la pelle ritrovo il mare,
perdo bottoni
come la voglia di un domani,
fumerei anche le mie unghie
se servisse a condensarmi.

nella luce del giorno
esplode la speranza.
è il mio veleno assurdo.

in 4/4 sospende il respiro,
liquido amniotico e formalina,
le donne parlano di rivoluzioni
nei paesi lontani,
se un uomo si avvicina
ricominciano a cucire.

la strada è un mosaico
grigio e nero,
denti rotti
sulle insegne blu annoiate,
il mio veleno splende,
trabocca dalle labbra,
sotto la mia pelle
mille axolotl affogati.

perdermi è
la cosa
più semplice
del mondo,
più semplice di te.

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Written by kaya77

17 settembre 2013 at 16:55

Pubblicato su poesia, scrivendo

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Tutto il peggio [Video: Jaime De Castro; Poesia e voce: VeraLibertà; Base: Enrico Marra; Modelli: Jaime De Castro, S.D.C.R.]

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Tutto il peggio

vi meritate fidanzate che fanno zumba,
l’ansia cieca per la prova costume,
le barrette ipocaloriche fragola&cartone,
i melanomi per troppe lampade abbronzanti.
vi meritate le rate del mutuo e della macchina,
il costo mensile dell’abbonamento in palestra,
le domeniche da H&M, la pizza d’asporto davanti al derby.
vi meritate tutti i comici di Colorado Cafè,
i film cattomoralisti della Rai,
le abbaglianti ipocrisie hollywoodiane, i neomelodici.
vi meritate i libri di Moccia e Fabio Volo,
i settimanali scandalistici patinati,
le risposte del cazzo di yahoo,
youporn che vi si inchioda.
vi meritate tutto il peggio
perché il meglio vi atterrisce.

sulla porta di casa mia
c’è un cartello che declama:
non fare uscire il gatto,
non fare entrare gli sbirri.

evitate di bussare, tanto non vi apro.

Written by kaya77

17 settembre 2013 at 09:53

ombra nell’ombra

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l’aquilone era nero e rosso, un regalo di mio padre. correvo quella mattina, i piedi scalzi rapidi sull’erba e la testa voltata indietro, in alto, gli occhi ammaliati fissi su quella tela tesa nel vento. correvo e sorridevo, per questo non ti ho notato.

tu stavi immobile, scalzo a tua volta. la canna di gomma verde stretta tra le mani, intento ad innaffiare un cespuglio di ortensie. bagnavi e controllavi, per questo non mi hai sentito arrivare.

io avevo sei anni, tu sette. entrambi ne dimostravamo meno; eppure siamo riusciti a collidere l’un l’altra con la violenza di due galassie che collassano; più che scontrarci, ci siamo fusi insieme.

ed è stato allora che è successo; le nostre ombre, per l’impatto, si sono scollate librandosi in aria per un istante, sottilissimi fogli di carta carbone ricaduti poi sull’erba alle nostre spalle riprendendo il loro posto consueto.

nessuno dei due si è reso conto che nella fretta, per lo stupore forse, chi lo sa, erano tornate al loro posto ma all’incontrario.
la tua ombra attaccata ai miei piedi, ai tuoi la mia.

“ti sei fatta male?”
“no, tu?”
“no”

avevi sorriso, aiutandomi a rialzarmi.
“come ti chiami?” c’eravamo chiesti entrambi.
ce l’eravamo detti, senza darvi importanza, perché, in fondo, che cos’è un nome se sei bambino? è solo un suono, non significa niente. da grandi diventa identità, ma da bambini il nome ha il peso di una piuma.

ci eravamo trovati travolti da voci, braccia, spalle di adulti preoccupati. genitori, parenti, zie, persone a caso; un covone di carne a sovrastarci che chiedeva con mille voci dissonanti: “vi siete fatti male?”.
ingenuamente rispondemmo di no.
da bambini il male è come il nome; un puro e semplice suono, un riverbero di piuma evanescente.

delle nostre ombre confuse se ne accorse, anni dopo, un ubriaco alla stazione di Milano, tu partivi per la Cittàtriste per l’estate, io per Londra e venivo a salutarti.
“avete le ombre al contrario” rideva di noi con l’indice puntato. “chissà che tormento la notte, tremendo!”
ci eravamo guardati ridendo, scacciando entrambi dalla testa il ricordo di notti intere, nel letto, a girarsi, come assaliti da uno sciame di formiche.

noi, delle nostre ombre, ce ne siamo accorti l’estate dopo, quando, finalmente sopra un cuscino solo, abbiamo fatto l’amore per ore, quasi ridendo per la sorpresa.
stesi supini, le sigarette in bocca, le abbiamo guardate scivolare tutta notte lungo il soffitto una sull’altra come serpenti; un’ombra unica a forma di domani.
ed al mattino ci siamo addormentati, fianco a fianco, senza fastidio alcuno. il primo sonno vero da dieci anni, mano nella mano, ombra nell’ombra.

qualche mese dopo mi hai dato un fiore, disegnato con un pantone nero per farti perdonare, ma io ho preso quel foglio e l’ho stracciato perché nel gambo avevo visto forzatura.
e ci siamo allontanati schiena a schiena, parodia metropolitana di un duello. le ombre dietro le spalle strette strette, inconsistenti fili di petrolio a scomparire.

qualche anno dopo una città nuova, ore infinite a parlare su un balcone. quando la notte ha giustiziato le nostre ombre e quelle intorno, senza saperlo eravamo già fottuti.
perché ogni volta, camminando abbracciati, uno dei due voleva andare verso destra, mentre l’altro proseguiva verso il centro per poi svoltare a sinistra all’improvviso. e c’era sempre uno strappo dentro l’ombra, squarci deformi troppo grandi da cucire, e si formava come un olio spesso e denso che restava sulla pelle come resina malsana.

giorni, mesi, anni, aerei e treni, telefonate e lettere in un diluvio, appigli insensati per non vedere che, di volta in volta, qualcosa si sfaceva, che, ad ogni lacrima, l’ombra si sbiadiva restando sulla terra in una sorta di bitume.

ora al tramonto sembriamo piatti, come un fiore di pantone rifiutato. nemmeno la tua schiena ormai proietta la mia ombra stanca e sfatta dalla vita.
ti riconosco appena mentre saluti seduto sotto un albero scuoiato.
tua nipote corre e ride sopra a un prato, un aquilone rosso e nero tra le mani; il mio innaffia delle piante colorate, lo sguardo concentrato alle radici.

io ho ottant’anni, tu ottantuno. entrambi ne dimostriamo meno; solo le ombre strappate e lacerate ci ricordano del tempo che è passato.

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Written by kaya77

17 settembre 2013 at 08:48

nervino e melassa

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perché dovete proprio fare la polvere?
vi vedo lo stesso quando strisciate
dietro a fotogrammi ingranditi
alla nocciola
vi nascondete, ma non poi bene.
negli anni ho imparato, quantomeno,
che mi piacciono le cose definite
non nel senso che amo le etichette,
ma che odio gli inganni, questo sì.
voi invece, a quanto pare, ci sguazzate
come cadaveri sul fondo
di un fossato
ma io non ho più voglia
di assaggiare
il fiato delle vostre labbra viola,
così ripiene di nervino e melassa,
gonfie di niente e opportunistica follia.
abbiate almeno la decenza di accettare
l’odio come parte essenziale della vita
invece di pettinarlo per la festa,
– il vestito buono cavato dall’armadio.
vi immagino addobbarlo
al pomeriggio,
rossi rosari e cuoricini al malto.
i baci, ampolleghiaccio, legate agli angoli come lumini
di un cimitero surreale.
e tazze sempre pronte
in ceramica chiara
colme fino all’orlo di nervino e melassa,
nervino e melassa
a camuffare
i vostri rumorosi rimorsi masticati.

illustrazione di Sara Bergomi

illustrazione di Sara Bergomi

Written by kaya77

16 settembre 2013 at 09:39

Vera Libertà Amore Cannibale Deborah Debra Dal Canto

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Written by kaya77

28 agosto 2013 at 09:47

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grazie Enrico

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“Le stelle sono andate tutte al cinema”, Vera Bonaccini ci porta in un viaggio interiore intriso di paradossi esistenziali, frutto di fotografie sincopate e analisi eloquenti sul suo essere in rapporto ai graffianti accadimenti e palesi domande inerenti alle relazioni umane. L’io e il sè assumono dimensioni forti e la descrizione della malattia vita viene portata ai paradossi della sua stessa cronicità.
Vera Bonaccini in “Le stelle sono andate tutte al cinema”, ci porta nei meandri della nostra e della sua esistenza, attraverso quell’esistenzialità che la contraddistingue nella sua esecuzione. Vera Bonaccini ci porta a chiederci se le parole possono mergersi e profugare potenza, gli sguardi trafugare un anima e legarla, la chimica emozionare più di un bacio al tramonto; la scienza trovare il segreto dell’amore, e l’amore cessare senza dolore. Per Vera la poesia non potrà salvare il mondo come le parole attraversare la nostra vita, nulla è indenne dalla mera sacralità del dolore, l’arte non definisce l’astratto e l’astratto può non esistere senza un’arte che dia a se stessa una forma o un contenuto.
Vera Bonaccini, cerca le stelle in un cinema sotto un cielo che non c’è.
Tutto è precario, le stelle a volte non ci sono e i cinema sono chiusi.
Citando Vera Bonaccini in “Come le ortiche”; riusciamo a non farci calpestare del tutto, dalle scarpe col tacco perfette, di questa esistenza illustrata, siamo incapaci e inadatti come origami “ribelli”.

Grande lavoro Vera Bonaccini Grazie by Enrico Marra

Written by kaya77

17 maggio 2013 at 15:13

formiche

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Written by kaya77

29 aprile 2013 at 16:21